Protocollo di Kyoto: che cos’è e cosa prevede
La sfida cruciale di mitigare i cambiamenti climatici ha spinto le nazioni a cooperare attraverso accordi internazionali.
Uno degli accordi più noti è il Protocollo di Kyoto.
Questo articolo esplora il contesto e l’efficacia di questo protocollo storico, oltre a metterne in luce le lacune che hanno portato alla necessità di accordi successivi.
Dall’analisi dei suoi obiettivi, ai meccanismi flessibili, fino alla sua attuazione in Italia e ai suoi effetti globali, approfondiremo il percorso del Protocollo di Kyoto nel quadro del cambiamento climatico globale.
Che cos’è il Protocollo di Kyoto e cosa prevede?
Il Protocollo di Kyoto è un accordo internazionale stipulato fra gli stati che prevede di stabilire un obiettivo di riduzione delle emissioni entro una certa data.
Il protocollo è stato pubblicato l’11 dicembre del 1997 e prevede degli obiettivi vincolanti di riduzione dei gas serra.
L’accordo rende operativa la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l’acronimo UNFCCC) firmata a Rio De janeiro nel 1992.
L’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto è avvenuta solo il 16 febbraio 2005 grazie alla ratifica da parte della Russia.
Per entrare in vigore, l’accordo doveva essere ratificato da almeno 55 nazioni e che rappresentassero almeno il 55% delle emissioni globali.
Gli obiettivi del Protocollo di Kyoto
L’obiettivo del Protocollo di Kyoto è stata la riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 5% nel periodo tra il 2008 e il 2012, rispetto ai livelli del 1990.
I gas ad effetto serra oggetto dell’accordo sono:
- biossido di carbonio (CO2);
- metano (CH4);
- protossido di azoto (N2O);
- idrofluorocarburi (HFC);
- perfluorocarburi (PFC);
- esafluoro di zolfo (SF6).
L’accordo aveva l’obiettivo di promuovere una riduzione efficiente e collaborativa delle emissioni.
L’accordo è stato oggetto di critiche perché non stati previsti impegni vincolanti da parte di alcuni grandi stati e non era presente una strategia di riduzione delle emissioni.
Quali sono i Paesi coinvolti nel Protocollo di Kyoto?
Il Protocollo di Kyoto è stato previsto per i paesi industrializzati e non quelli in via di sviluppo.
Inizialmente l’accordo fu sottoscritto da 193 nazioni.
Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato l’accordo.
Il Canada è stata la prima nazione a rinunciare al Protocollo di Kyoto nel dicembre 2011.
La Russia, come detto in precedenza, ha permesso l’entrata in vigore del protocollo.
L’Italia ha ratificato il Protocollo di Kyoto tramite la legge 120 del 2002, diventando efficace a partire dal 16 febbraio 2005.
Perché il Protocollo di Kyoto non ha funzionato?
Il Protocollo di Kyoto non ha funzionato per le seguenti ragioni.
Il primo motivo riguarda l’assenza di vincoli per i paesi in via di sviluppo.
Gli stati come India, Cina e Brasile, che sono grandi emettitori, non hanno partecipato all’accordo e ha creato un disequilibrio tra le nazioni.
Il secondo motivo riguarda l’assenza degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti è lo stato che produce più emissioni di gas serra al mondo. Questo stato ha firmato, ma non ha mai ratificato l’accordo.
L’assenza degli Stati Uniti ha minato l’impatto dell’accordo.
Il terzo motivo è dato dalla flessibilità eccessiva.
I meccanismi come il Commercio delle Emissioni e il Meccanismo di Sviluppo Pulito permettevano agli stati di compensare le proprie emissioni di gas serra tramite l’acquisto di crediti di carbonio da altri paesi.
Il quarto motivo è stato la scarsa ambizione degli obiettivi stabiliti.
Gli obiettivi di riduzione non sono sufficienti ad affrontare in maniera efficace i cambiamenti climatici.
Il quinto motivo riguarda la scadenza del primo periodo di impegno.
Il primo periodo di impegno, terminato nel 2012, ha visto molti stati non raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni.
Il sesto motivo è l’assenza di sanzioni.
Negli accordi non sono state previste delle sanzioni per i paesi che non raggiungevano i loro obiettivi di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.
Che fine ha fatto il protocollo di Kyoto?
Il secondo periodo di impegno è partito nel 2012 tramite l’emendamento di Doha.
L’Emendamento di Doha è stato adottato a Doha (Qatar) l’8 dicembre 2012.
Ha stabilito un secondo periodo di impegno che va dal 2013 al 2020.
L’entrata in vigore è avvenuta il 31 dicembre 2020 in modo simbolico, quando 147 parti avevano depositato l’accettazione, superando la soglia di 144 richiesta.
L’emendamento ha introdotto i seguenti punti:
- nuovi impegni per le parti dell’Allegato I che si sono impegnate nel secondo periodo, dal 1o gennaio 2013 al 31 dicembre 2020.
- una revisione dell’elenco dei gas serra che le parti devono comunicare durante questo periodo.
- modifiche agli articoli del Protocollo di Kyoto che affrontavano questioni del primo periodo e dovevano essere adattati al secondo.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha distribuito l’emendamento a tutte le Parti del Protocollo di Kyoto il 21 dicembre 2012, conformemente agli articoli 20 e 21.
Nel primo periodo di impegno, 37 paesi industrializzati ed economie in transizione, insieme alla Comunità europea, si erano impegnati a ridurre le emissioni di gas serra in media del 5% rispetto al 1990.
Nel secondo periodo di impegno, le Parti si sono impegnate a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 18% rispetto al 1990 entro l’ottavo anno dal 2013 al 2020.
Tuttavia, le parti coinvolte nel secondo periodo sono diverse rispetto al primo.
I meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto
Il Protocollo di Kyoto prevede che i paesi debbano raggiungere i loro obiettivi di riduzione di gas serra tramite azioni nazionali.
Il Protocollo prevede però l’utilizzo di tre meccanismi flessibili tramite il commercio di permessi di emissione.
I meccanismi principali sono:
- International Emissions Trading;
- Clean Development Mechanism;
- Joint Implementation.
International Emissions Trading
L’International Emissions Trading (ET), in base all’articolo 17 del Protocollo di Kyoto, permette lo scambio di crediti di emissione di carbonio tra paesi.
Quando un paese è in grado di ridurre le emissioni olre l’obiettivo stabilito, può vendere i crediti ad altre nazioni che hanno raggiunto questi obiettivi.
Le emissioni di gas serra sono scambiati come certificati CO2. L’esempio più famoso è quello dell’European Emission Trading Systems.
Clean Development Mechanism
Il Clean Development Mechanism (CDM) è il secondo meccanismo flessibile stabilito all’articolo 12 del Protocollo e permette di ridurre le emissioni tramite la realizzazione di progetti di riduzione delle emissioni nei paesi in via di sviluppo.
Tramite questi progetti si generano dei crediti di riduzione certificati delle emissioni ed ognuna equivale a una tonnellata di CO2.
Questo meccanismo è stato il primo sistema globale di investimento che standardizza la compensazione delle emissioni.
Un esempio concreto può essere l’installazione di pannelli solari per l’elettrificazioni di alcune piccole città rurali.
Joint Implementation
La Joint Implementation, stabilita all’articolo 6 del Protocollo di Kyoto, prevede che uno stato possa ottenere un’unità di riduzione delle emissioni (Emission Reduction Units, “ERU”) tramite un progetto simile presente in uno dei paesi aderenti.
Ogni ERU è una tonnellata di CO2 equivalente e può essere conteggiata all’interno del protocollo.
Per calcolare la CO2 equivalente sarà necessario conoscere la quantità di gas serra emessi e moltiplicarla per il fattore di emissione specifico.
Questa collaborazione permette quindi una soluzione efficace in termini di costi.
Lo stato in cui è presente il progetto beneficia di investimenti esteri.
Attuazione del Protocollo di Kyoto in Italia
Il Protocollo di Kyoto, in vigore fino al 31/12/2012, richiedeva agli Stati una riduzione media delle emissioni del 5% rispetto al 1990 entro il 2012.
Alcuni Paesi europei avevano superato il loro obiettivo già nel 2009, dimostrando che gli impegni erano raggiungibili e avevano benefici economici.
L’Italia aveva un obiettivo di riduzione del 6,5%. Questo obiettivo si basava su azioni identificate da enti di ricerca nazionali.
In pratica, ciò avrebbe significato ridurre le emissioni di CO2 di 33,9 MtCO2eq rispetto al 1990.
L’Italia ha attuato diverse normative per realizzare questi obiettivi, ad esempio la Legge 120/02.
Settori come energia, industria, trasporti e agricoltura hanno contribuito alle emissioni, con trend differenti.
Ad esempio, le emissioni del settore residenziale e dei servizi sono aumentate del 8,2%, mentre nell’industria manifatturiera sono diminuite del 36,8%.
Nel complesso, le emissioni nazionali di CO2eq sono diminuite dell’11,4%, arrivando al -14,3% considerando assorbimenti di carbonio da parte delle foreste.
In definitiva, l’Italia ha raggiunto un calo delle emissioni, ma la performance rispetto agli obiettivi specifici del Protocollo di Kyoto è stata leggermente al di sotto (-4,6%).
Accordi successivi al protocollo di Kyoto
Dopo il Protocollo di Kyoto, sono stati sviluppati accordi successivi al fine di continuare gli sforzi globali per affrontare il cambiamento climatico.
Accordo di Parigi
L’Accordo di Parigi del 2015 è uno dei risultati più significativi in questo ambito.
Accettato da 196 paesi, l’Accordo di Parigi mira a limitare l’aumento della temperatura globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo sforzi per limitare l’aumento a 1,5°C.
Gli obiettivi di riduzione dei gas ad effetto serra sono stabiliti autonomamente da ciascun paese (Nota Nazionale Determinata Contribuzione, NDC) e devono essere rivisti e resi più ambiziosi nel tempo.
Conferenza sulla protezione del clima di Glasgow
Nel 2021, alla COP26 a Glasgow, 151 Paesi hanno rinnovato i loro impegni di riduzione dei gas ad effetto serra per affrontare il cambiamento climatico.
Dopo intensi negoziati di sei anni, sono state stabilite le regole per l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che riguarda, tra le altre cose, i mercati di carbonio.
Conclusioni
Il Protocollo di Kyoto è stato un passo pionieristico nella lotta contro il cambiamento climatico, ma ha mostrato diversi limiti nella sua applicazione pratica.
Nonostante gli sforzi di alcune nazioni e i meccanismi di mercato innovativi, come il Clean Development Mechanism e l’International Emissions Trading, le sue lacune strutturali e l’assenza di impegni vincolanti da parte di grandi nazioni emettitrici hanno influenzato il suo impatto.
L’Italia, come molti paesi, ha affrontato sfide e successi nella sua implementazione, dimostrando la complessità del bilanciamento delle emissioni in vari settori.
L’Accordo di Parigi del 2015 ha segnato un passo significativo verso obiettivi più ambiziosi e una maggiore flessibilità, cercando di coinvolgere più nazioni e settori.
Questi accordi successivi riflettono l’evoluzione dell’impegno globale per affrontare il cambiamento climatico, aprendo la strada a una collaborazione continua e a soluzioni innovative per un futuro più sostenibile.
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